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Raccontano le cronache che l’anno 1882 fu un anno particolarmente difficile in tutta la pianura padana.
Il prezzo del mais e del frumento erano crollati per via dell’arrivo sul mercato dei grani di provenienza americani: costavano molto meno e questo per i contadini era una sciagura. Significava prendere ancora meno del poco che guadagnavano spaccandosi la schiena, ogni santo giorno, nei campi. La crisi agraria incombeva. Il ribasso dei prezzi aveva messo in ginocchio anche i piccoli forni rurali, dove la gente poteva cuocere le proprie farine di frumento, di segale e di mais a costi ragionevoli.

Rimase aperto un solo forno, quello di Inzago, dove i contadini avevano avuto la previdenza di comprarsi negli anni precedenti anche un molino, dove macinare autonomamente il raccolto garantendosi un notevole risparmio. Un segno del destino? Chissà? Di certo quello del forno rurale fu il primo di una serie di sucessi: fare associazionismo e cooperazione a Inzago. Il forno cooperativo col passare del tempo divenne un vanto del piccolo borgo di contadini. I quali, in quanto ad intraprendenza, non erano certo secondi a nessuno. Dopo forni e mulini, venne il momento delle società operaie.
Era l’Italia della fine Ottocento, che cominciava il suo lento e faticoso sviluppo industriale. A Inzago, però, si viveva ancora del lavoro nei campi. Il problema era trovare i soldi necessari per migliorare, per potere davvero trasformare il lavoro in un’attività redditizia. Per un’agricoltura moderna servivano soldi, serviva qualcuno che li prestasse a tassi ragionevoli, qualcuno che condividesse progetti che allora sembravano sogni irrealizzabili. Qualcuno che non fosse un’azionista a caccia di utili, ma un “socio”. Il 7 di novembre del 1886 riporta il settimanale ‘la Lombardia: ”oggi alle 12 meridiane avrà luogo ad Inzago l’inaugurazione di una Cassa Rurale Cooperativa di Prestiti”.

Sempre le cronache raccontano che i cittadini inzaghesi accorsero numerosissimi all’inaugurazione manifestando grande entusiasmo. L’iniziativa, dunque, ebbe un gran successo. Ma rimaneva l’iniziativa di un gruppo di liberali, gente benestante, di aperte vedute, ma poco radicata nel mondo di Inzago, un piccolo “mondo antico” con antiche tradizioni cristiane. Quasi fosse inevitabile, trascorsi pochi anni, che a Inzago si fondò una seconda cassa rurale, la Cassa Cattolica Rurale di Depositi e Prestiti. Era il 1898 e i cattolici vollero ribadire che il loro impegno nasceva anche da una forte valore religioso. Alla necessità di cooperare per migliorare la propria condizione si aggiungevano più profonde motivazioni: scopo sociale della Cassa di Inzago era il miglioramento morale ed economico dei suoi soci mediante atti commerciali, escluso qualsiasi fine politico. Possono essere ammesse nella società persone giuridicamente capaci, che offrono “ la guarentigia dell’onesta’ e moralità individuale” che non siano notoriamente contrarie alla chiesa cattolica e al governo costituito, che siano iscritte nei registri della popolazione della Parrocchia di Inzago o vi tengano dimora o vi abbiano relazioni d’affari che sappiano scrivere il loro nome e cognome e che non facciano parte di altra società a responsabilità illimitata. La quota sociale si quantificava in Lire 1 e, unitamente al fondo di riserva, composto dagli utili netti, formava il capitale sociale.
Il consiglio di amministrazione della cassa comprendeva il nobile Gaetano Brambilla, i sacerdoti Enrico Salmoiraghi e Giovanni Vanenti, l’orefice Guglielmo Brusamolino e tanti contadini: Giuseppe Cremonesi (presidente), Giacinto Colombo, Valeriano Piantanida, Eugenio Righetti. Fu l’inizio di uno sviluppo sempre crescente, quasi inarrestabile, nonostante difficoltà e problemi non siano mai venuti a mancare.
Mulino e forno vennero in breve acquisiti; le istituzioni cooperativistiche cattoliche assorbirono in breve, agli inizi del Novecento tutto il movimento sociale. Intorno alla Cassa Cattolica si riunì in breve l’intera comunità.

I periodi di crisi non mancarono, le cronache riportano di una situazione critica nel 1909, l’anno “nero”.
Ci furono grandi polemiche, qualcuno parlò apertamente di speculazione, di irregolarità, ma la Cassa con il suo immenso patrimonio anche morale, superò anche questi momenti neri, dovuti spesso alle crisi economiche dell’intero Paese, a raccolti magri e, in altri casi, all’inesperienza dei suoi amministratori.
La Cassa ormai era una realtà.
Lo dimostra il numero dei soci: dai 19 che si contarono nel 1898, salirono a 189 nel 1910, 238 nel primo dopoguerra, per giungere a 286 nel 1930. Solo la seconda guerra mondiale segnò una diminuzione a 140 nel 1945, poi tornarono ad aumentare, sino ai 825 del 1985. Dati significativi se paragonati ai cambiamenti radicali nell’economia italiana e in quella lombarda in particolare. Anche Inzago, paese agricolo per tradizione, si avviò col tempo a una profonda trasformazione che riguardò tutti i suoi abitanti.
E allo stesso modo cambiò la Cassa e il suo ruolo. La Cassa modificò anche il nome, che a partire dal 1938 assunse quello di Cassa Rurale e Artigiana, ma non venne mai meno ai suoi principi ispiratori.
Rimase sempre invariato il suo scopo sociale; i requisiti richiesti per l’ammissione a socio rimasero e sono rimasti identici, nonostante la diversa formulazione: i soci devono appartenere alla circoscrizione di Inzago o nel paese comune devono tenere relazioni di affari e non si devono ispirare a principi contrari a quelli cui si ispira la Cassa.
Col passare degli anni sono semmai mutate alcune parti dello statuto, come quella riguardante la responsabilità illimitata, divenuta limitata. Ma il trascorrere del tempo non ha mutato l’aspetto fondamentale di quella che è stata la Cassa Rurale ed Artigiana di Inzago, ed oggi Banca di Credito Cooperativo di Inzago: il suo ruolo di sostegno all’economia del territorio dove opera, il suo sviluppare nuove idee in una crescita continua.
Nel 1995 i soci erano diventati 1.300 per passare ai 5.430 del 2005, aumenti considerevoli se si pensa che i primi anni del 2000 sono stati gli anni delle grandi concentrazioni bancarie. Ma non solo il numero dei soci è aumentato, guardiamo per esempio il capitale della BCC passato dai 108,67 del 1995 ai 16.223 del 2005 (valori espressi in migliaia di Euro) o
ai numeri della raccolta passata dai 256.950 Euro del 1995 ai 558.804 Euro del 2005 (valori espressi in migliaia di Euro).
E, da quest’anno, la “gloriosa Cassa” è anche a Melzo e Liscate.
Dopo centodieci anni, lo spirito dei pionieri non si è perso. Il vecchio mulino continua a macinare.